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Attenzione alle truffe
Sicurezza informatica

Attenzioni alle truffe digitali

La minaccia dello spam: come riconoscerla e come difendersi

Ogni giorno, mentre navighiamo su Internet, controlliamo la posta elettronica o utilizziamo lo smartphone, siamo esposti a un enorme flusso di messaggi pubblicitari.
Una parte di queste comunicazioni viene filtrata come spam dai servizi di posta, dai sistemi automatici dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) o dai nostri stessi dispositivi, ma molti messaggi riescono comunque a superare questi controlli.

Le forme dello spam

Così ci ritroviamo a ricevere:

  • Telefonate indesiderate da call center
  • SMS che segnalano addebiti inesistenti
  • Offerte presentate come imperdibili
  • Concorsi a premi fasulli
  • Presunti aggiornamenti urgenti di sistema

In moltissimi casi queste pubblicità sono pensate per ingannare gli utenti, allo scopo di ottenere dati personali, installare software malevoli o truffare consumatori inconsapevoli.

I rischi reali per la sicurezza

Oltre al semplice disturbo e alla perdita di tempo causata dalle chiamate dei call center, spesso registrate, il vero pericolo è rappresentato dal furto e dall’uso improprio dei dati personali. Queste informazioni possono essere rivendute sul mercato nero digitale e utilizzate per attività fraudolente, mettendo a rischio sia la privacy sia la sicurezza.

Basta rispondere a un finto avviso di pagamento o cliccare su un link costruito ad arte per infettare il computer o lo smartphone con programmi dannosi in grado di controllare il dispositivo da remoto, raccogliere informazioni sensibili o mostrare pubblicità particolarmente invasive. Se poi inseriamo i nostri dati fiscali o bancari su siti pirata, corriamo il rischio di prelievi non autorizzati o vere e proprie frodi finanziarie, con conseguenze economiche anche gravi.

Gli strumenti di protezione disponibili

Per limitare questi fenomeni esistono diversi strumenti utili:

  • Registro Pubblico delle Opposizioni: iscrizione del proprio numero di telefono nelle liste gestite dall’AGCOM per ridurre le chiamate promozionali indesiderate
  • Polizia Postale: attraverso il portale https://www.commissariatodips.it/index.html mette a disposizione moduli per le segnalazioni e promuove campagne informative rivolte ai cittadini

Queste iniziative aiutano a riconoscere le frodi e a sviluppare maggiore consapevolezza sui rischi legati allo spam e alla pubblicità ingannevole.

Regole pratiche contro lo spam via email

Per difendersi dallo spam via e-mail è utile adottare alcune semplici regole di comportamento:

  1. Proteggere il proprio indirizzo: evitare di diffondere l’indirizzo di posta su siti poco affidabili
  2. Usare caselle temporanee: quando è necessario registrarsi a servizi di dubbia serietà, utilizzare email temporanee
  3. Non rispondere mai a messaggi sospetti: confermare la propria attività può favorire l’invio di nuove mail indesiderate
  4. Evitare allegati e link sospetti: non aprire contenuti provenienti da mittenti sconosciuti
  5. Attivare filtri antispam: utilizzare i filtri offerti dai principali provider di posta elettronica
  6. Mantenere aggiornati gli antivirus: proteggere i dispositivi con software di sicurezza costantemente aggiornati
  7. Verificare l’indirizzo del mittente: controllare sempre l’indirizzo reale prima di fidarsi del contenuto di un messaggio

App su misura

Ogni giorno i sistemi di filtraggio delle chiamate indesiderate diventano più sofisticati, ma spesso non sono ancora sufficienti. Il meccanismo di blocco delle chiamate di spam gestito dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, insieme ai filtri integrati da Apple e Google nei rispettivi sistemi operativi, riduce molte telefonate moleste, ma non riesce a fermarle tutte. In questi casi può essere utile affidarsi ad app dedicate, pensate proprio per individuare e bloccare numeri sospetti.

Negli store di Android e iPhone esistono moltissime applicazioni che promettono di bloccare le chiamate indesiderate, ma non tutte sono realmente efficaci. Alcune, infatti, si limitano ad aggiungere pubblicità non richiesta o a rallentare il dispositivo, senza offrire una protezione concreta. Per questo motivo è fondamentale scegliere con attenzione quali strumenti installare, puntando su soluzioni affidabili e con una buona reputazione.

Tra le app più note e utilizzate a livello mondiale spicca Truecaller, disponibile sia per Android sia per iPhone (https://short.tips/url/anti-truffa). Questa applicazione si basa su un vastissimo database di numeri segnalati e su una community molto attiva di milioni di utenti che inviano report ogni giorno. Tra le sue funzioni ci sono l’identificazione in tempo reale del chiamante, il blocco automatico delle chiamate sospette, la messaggistica sicura e la possibilità di visualizzare il nome di chi chiama anche se non è salvato in rubrica.

Un’altra soluzione efficace è Hiya (https://short.tips/url/antitruffa), particolarmente apprezzata per la forte integrazione con i dispositivi Samsung, per i quali fornisce il servizio Samsung Smart Call, e con altri marchi asiatici. Oltre al blocco dello spam telefonico, offre strumenti di protezione contro le frodi e permette di ricevere avvisi quando si riceve una chiamata potenzialmente pericolosa. Queste app non si limitano a fermare le chiamate “spazzatura”, ma permettono di filtrare diverse categorie di numeri, come quelli privati, internazionali o legati al telemarketing, adattandosi ai prefissi di qualunque Paese grazie a database specifici sempre aggiornati.

Bloccare le pubblicità ingannevoli durante la navigazione sul Web è fondamentale non solo per migliorare l’esperienza online, ma anche per proteggere la privacy e difendersi da potenziali rischi di sicurezza. Per raggiungere questi obiettivi è necessario combinare strumenti tecnici, impostazioni del browser e buone abitudini di navigazione.

Le estensioni anti-pubblicità

Uno dei metodi più efficaci per bloccare le pubblicità consiste nell’installazione di estensioni specifiche per i browser più diffusi come Chrome, Firefox, Edge e Safari. Si tratta di piccoli strumenti che si integrano direttamente nel software di navigazione per estenderne o personalizzarne le funzionalità secondo le proprie esigenze. Queste estensioni sono disponibili nel Web Store di ciascun browser, sono generalmente gratuite e si installano con un semplice clic.

Le estensioni più avanzate riescono a eliminare automaticamente gran parte degli annunci popup, molti banner pubblicitari, video promozionali e script di tracciamento che monitorano il comportamento degli utenti. Tra le soluzioni più efficaci troviamo uBlock Origin (https://short.tips/url/antitruffa), un’estensione che non richiede configurazione particolare, è completamente gratuita e permette di filtrare anche i tracker che profilano le abitudini di navigazione.


Altre soluzioni consigliate

Altrettanto valida è Total Adblock (https://short.tips/url/antitruffa), che offre funzionalità avanzate per bloccare anche annunci contenenti malware o tentativi di phishing, offrendo così un livello di protezione superiore. Infine, AdGuard (https://short.tips/url/antitruffa) rappresenta una soluzione completa che oltre a bloccare la pubblicità protegge dal tracciamento e migliora le prestazioni di caricamento delle pagine web, rendendo la navigazione più veloce e sicura.

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    Sicurezza informatica

    Attenti alla finta email di Enel: è una truffa!

    C’è una nuova campagna di phishing in atto, che sfrutta ancora una volta il nome di Enel. Il logo e il brand più grande fornitore italiano di energia elettrica, infatti, viene utilizzato nelle email truffa inviate a migliaia di cittadini. L’allarme viene dalla Polizia Postale, che ha pubblicato uno specifico avviso sul suo sito ufficiale.

    Per la precisione il brand e il logo utilizzati sono quelli di Enel Energia, società del gruppo Enel che vende energia elettrica sul mercato libero. Nella finta email Enel offre un rimborso per errata fatturazione, una sorta di conguaglio, al quale l’utente può accedere cliccando su un link.

    Truffa clienti Enel, attenzione alle email phishing | Libero Tecnologia

    E’ la solita trappola: una volta fatto click sul link l’utente finisce in un finto sito Enel all’interno del quale dovrà inserire i suoi dati, compresi quelli del conto corrente sul quale vuole ricevere il fantomatico bonifico per il rimborso.

    Cosa dice la finta email di Enel Energia

    Il messaggio che stanno ricevendo in questi giorni migliaia di caselle email è scritto in un buon italiano, senza errori grammaticali, e questo lascia presupporre che la campagna di phishing sia stata architettata proprio in Italia. Da tempo, infatti, l’Italia non ha più molto da invidiare ad altre nazioni in quanto a truffatori telematici.

    Nel corpo dell’email in questione si legge: “Gentile Cliente, si tratta di un ultimo sollecito, si dispone di un rimborso incompiuto. Dopo i calcoli finali della tua bolletta enel energia, abbiamo stabilito che sei idoneo a ricevere un rimborso dell’importo di 128,04 euro. Cordiali saluto, Enel Energia“.

    Truffa rimborso ai danni di Enel Energia: ecco come si compie

    Come proteggersi dall’email truffa di Enel Energia

    La Polizia Postale consiglia a tutti, per non cadere vittime della truffa, di non aprire l’email e di “contattare telefonicamente l’Enel, attraverso il numero verde, così da richiedere un controllo e verificare realmente la veridicità dei fatti“.

    In realtà quest’ultimo consiglio, per quanto provenga direttamente dalla Polizia Postale, è opinabile perché è assolutamente inutile: Enel, quella vera, non manderebbe mail un avviso di rimborso. Come tutte le aziende del settore energia, infatti, al massimo procede ad effettuare dei conguagli stornando l’importo già pagato dall’utente dalle successive bollette.

    Se ricevete una email di rimborso per una bolletta della luce o del gas, quindi, potete tranquillamente cestinarla e risparmiarvi l’attesa con il call center dell’azienda.

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    Formazione

    Egregor: Il nuovo virus che ricatta la vittima e poi propone un contratto

    Egregor Team Press Release – November 30 2020“: non è un comunicato stampa di una ignota azienda americana, ma l’incipit dell’ultima comunicazione ufficiale dell’Egregor Team, cioè il gruppo di hacker che sta infettando i computer di mezzo mondo con il pericolosissimo virus Egregor.

    Un collettivo di cybercriminali che si muove sempre più come una azienda, tanto è vero che ormai parla apertamente di “contratti” stipulati con le proprie vittime, che chiama “clienti“.
    Sembrerebbe una presa in giro, ma non lo è poi molto visto che Egregor è un malware di tipo ransomware.

    Un virus che, una volta entrato in un dispositivo, cripta e copia tutti i dati che trova e poi chiede un riscatto alla vittima. In cambio dei soldi avrà indietro i suoi dati e, se il “cliente” paga, i dati privati non verranno rivelati in pubblico. Un riscatto più che un contratto, come il termine inglese “ransom” conferma. Eppure, come detto, l’Egregor Team si muove proprio come una azienda e ha reso pubblico questo contratto, affinché le prossime vittime sappiano già cosa devono fare se vogliono tornare in possesso dei propri dati e non vogliono che le proprie informazioni vengano divulgate in pubblico. Ecco cosa c’è scritto in questo contratto.

    Il contratto di Egregor

    La protezione della forza lavoro ibrida: 3 consigli contro i ransomware •  RecensioneDigitale.it

    L’Egregor Team, tramite la sua ultima comunicazione ufficiale, vuole sia spaventare che rassicurare le sue future vittime. Il “comunicato stampa” recita infatti: “Attenzione! Se hai stipulato un contratto con noi, tutte le conseguenze descritte in questo comunicato non ti toccheranno. Noi rispettiamo sempre i termini del contratto“. Una ditta seria, quindi, con la quale fare affari, “di noi ti puoi fidare“

    Poi nel “contratto” compaiono le clausole:

    • Prima che tu decida se avere un contratto con noi oppure no le tue informazioni non verranno pubblicate o rivelate in alcun modo
    • Nel caso tu non ci contatti entro tre giorni pubblicheremo l’1%-3% delle tue informazioni. La struttura dei tuoi file non verrà rivelata a terze parti
    • In caso di contratto con noi tutte le informazioni verranno cancellate, senza possibilità di recupero. Ti verrà fornito un report sull’eliminazione dei file.
    • Poi il Team ribadisce di aver sempre rispettato i patti e che, mediamente, le società di data recovery fanno pagare dal 10% al 50% in più del riscatto richiesto per decriptare i dati. Insomma: conviene pure!

    I problemi, invece, arrivano se il “contratto” non viene stipulato. Cioè se non si paga il riscatto chiesto dall’Egregor Team.

    Virus Egregor: se la vittima si rifiuta di pagare, che succede?

    Anche in questo caso l’Egregor Team ha una lista puntata, chiara ed esplicita:

    • I tuoi dati saranno caricati online e resi pubblici, oppure no in caso tu faccia un contratto con noi e paghi per i dati
    • La struttura dei tuoi file sarà mostrata a terze parti affinché possano scegliere cosa comprare, a meno che tu non faccia un contratto
    • I tuoi file saranno venduti e non ci importa cosa ne farà chi li ha comprati né dove verranno pubblicati
    • il team, infine, specifica che non rispondere alla richiesta di riscatto equivale a rifiutare il contratto. Con tutte le sue conseguenze.

    Perché Egregor è pericoloso

    Tutte queste parole sarebbero semplicemente una inutile manfrina, se non fosse che il virus Egregor è veramente pericoloso. Tecnicamente è un ransomware, cioè un virus che cripta i file e chiede soldi per decriptarli. Ma in realtà può fare molto di più.

    A metà novembre Egregor è stato infiltrato nella rete del gigante sudamericano della grande distribuzione Cencosud, al quale è stato richiesto un riscatto del quale si sa però poco o nulla. Quello che è certo, però, è che Cencosud ha “rifiutato il contratto” e ha subito le conseguenze di questa decisione.

    Dopo tre giorni dalla prima richiesta, infatti, è stata lanciata la prima ritorsione: dalle stampanti degli scontrini di centinaia di negozi hanno cominciato a uscire, a ripetizione, messaggi che ribadivano la richiesta di riscatto: “La tua rete è stata hackerata, i tuoi computer e i tuoi server sono bloccati, i tuoi dati privati sono stati scaricati“.

    Una scena di sicuro non bella da vedere né per i dipendenti degli store né per i clienti. Decisamente un enorme danno di immagine, ma non solo: il reparto IT di Cencosud si è trovato costretto a bloccare e isolare tutta la rete interna, compresi i pagamenti elettronici, per tentare di arginare l’infezione virale di Egregor.

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    Sicurezza informatica

    Arrivano gli hacker Robin Hood: rubano ai ricchi per dare ai poveri

    Tramite comunicati stampa pubblicati sul Dark Web, alcuni hacker hanno affermato di avere saldi principi etici e di fare beneficenza. Il nome tecnico sarebbe “The Darkside ransomware gang” e, come è facile capire, sono specializzati in attacchi ransomware.

    I ransomware sono una particolare categoria di malware, cioè di virus elettronici, che quando infettano un computer o uno smartphone poi rendono illeggibili i dati del dispositivo crittografandoli. Il passo successivo è chiedere un riscatto (ransom, in inglese) alla vittima: o paga o perde i dati. 
    Il dark web (in italiano: web oscuro o rete oscura) è la terminologia che si usa per definire i contenuti di internet nelle darknet (reti oscure) che si raggiungono via Internet attraverso specifici software, configurazioni e accessi autorizzativi.

    The Darkside ransomware gang affermano che le vittime dei loro attacchi sono solo grandi corporation e che parte dei riscatti vengono devoluti in beneficenza. Un po’ come faceva Robin Hood, solo che oggi il furto avviene online e la beneficienza si fa in bitcoin.

    Come operano gli hacker Robin Hood

    The Darkside ransomware gang afferma di colpire solo i network delle grandissime aziende, infettandoli con un virus ransomware che cripta tutti i dati. I riscatti richiesti sono a sei zeri: milioni di dollari per avere indietro i dati, oppure i file vengono pubblicati su un portale che la gang gestisce.

    La gang ha pubblicato anche le ricevute di due versamenti effettuati alle associazioni caritatevoli, dimostrando così che qualcuno ha effettivamente pagato il riscatto: 0,88 bitcoin (che valgono 10.000 dollari) a testa alle associazioni no profit Children International e The Water Project..

    Pensiamo che sia giusto che parte del denaro che hanno pagato – si legge nel comunicato – vada in beneficenza. Non importa se voi credete che il nostro lavoro sia sporco, ci piace sapere che abbiamo aiutato qualcuno a cambiare vita“. La cosa, però, non è così semplice: le donazioni sono fatte con denaro esplicitamente sporco, quindi verranno bloccate e ai poveri non andrà il becco di un quattrino.

    Hacker etici

    Negli ultimi tempi non è raro trovare gruppi organizzati di hacker che si muovono in questo modo. Durante i mesi più duri della pandemia da Covid-19 molte gang si sono astenute dall’attaccare le strutture sanitarie (mentre altre, purtroppo, hanno bloccato interi ospedali in USA e in Germania).

    Nel 2016 un gruppo chiamato Phineas Fisher affermò di aver bucato i server di una banca per poi donare i soldi alla provincia autonoma di Rojava, in piena guerra e attualmente al centro delle pressioni della Siria da una parte e della Turchia dall’altra. Nel 2018 la gang GangCrab ha invece regalato le chiavi crittografiche alle vittime dei suoi attacchi, ma solo quelle siriane.

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    Torna il malware bancario Emotet: come difendersi!

    Il lupo perde il pelo ma non il vizio: è tornato Emotet, pericolosissimo malware che ci ruba le credenziali dell’home banking online, ed è tornato con una nuova campagna phishing parecchio sofisticata. Erano cinque mesi che non venivano registrati attacchi di Emotet, ma ora è stato rilevato nuovamente in circolazione.

    Come in passato, anche questa volta la campagna di phishing usata per veicolare il virus è rivolta soprattutto a indirizzi e-mail aziendali. I nuovi messaggi contengono un allegato Word, contenente una macro che esegue un codice e fa partire l’infezione. Il meccanismo è un po’ diverso da quello usato in passato e, per questo, ora Emotet riesce a sfuggire agli antivirus “statici” che si basano su regole fisse e liste di malware già conosciuti.

    Non è la prima volta, da quando è nato nel 2014, che Emotet cambia faccia per sfuggire ai controlli delle suite di sicurezza più diffuse come ricorda la società di cybersecurity che lo ha nuovamente individuato.

    Come funziona Emotet

    Anche questa variante di Emotet viene veicolata tramite una email di phishing basata su tecniche di ingegneria sociale raffinate. Il messaggio di posta è scritto bene, non contiene errori e sembra un vero messaggio inviato da un’azienda o un’altra divisione dell’azienda stessa che si vuole colpire.

    Se l’utente ci casca e apre l’allegato, Word gli chiede di attivare le macro perché il documento ne contiene una. Ma con le macro attive vengono in realtà eseguiti dei comandi PowerShell che scaricano il virus sul computer e danno inizio all’infezione. Se il computer è connesso in rete, quindi, Emotet comincia a diffondersi tra i contatti dell’utente colpito.

    Lo scopo del malware, comunque, resta sempre lo stesso: accedere ai dati dell’utente in cerca di credenziali e altri dati sensibili, specialmente account di online banking.

    Come difendersi da Emotet

    Il primo passo per difendersi da Emotet è quello di interrompere la catena di trasmissione, quindi cedere al phishing. Analizzare molto bene le e-mail prima di scaricare un allegato è fondamentale. Poi è certamente necessario avere installato un ottimo antivirus (leggi i migliori antivirus del 2020), con controllo della posta elettronica, allegati inclusi.

    In tal modo, anche se l’utente abbocca e scarica l’allegato, l’antivirus blocca l’operazione dopo aver scansionato il file e trovato le tracce della macro che scarica il malware. Trattandosi nel caso specifico di un malware prettamente aziendale, infine, è utile che tutta l’infrastruttura di rete sia protetta a livello centrale e non solo di singoli PC usati dai dipendenti.